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MATTEO EMERY - occhichiusi

giovedì 11 maggio 2017 - domenica 18 giugno 2017

La vita e la morte mi sembravano limiti ideali che io per primo avrei oltrepassato, per riversare un torrente di luce nel nostro oscuro mondo.
Mary Shelley, “Frankenstein”

A oltre vent’anni dagli esiti pittorici e grafici su carta e dopo una lunga fase dedicata alla scultura, all’installazione e all’arte di stampo concettuale, Matteo Emery torna alle due dimensioni con una serie di opere che, per molti versi, riprendono il filo del suo precedente discorso creativo portando avanti una ricerca che ha saputo conservare nel tempo, pur nella diversità contenutistica, tracce evidenti di un vocabolario comune.

Il linguaggio di Emery si è sempre contraddistinto per varietà e impegno sperimentale (in senso empirico e tecnologico), sottomettendo i medium di recupero di volta in volta utilizzati (camere d’aria di pneumatici, recipienti in alluminio, luci a led, chiodi, ..) alla realizzazione di forme rinnovate in cui innestare una simbologia sotterranea, intima, oscillante tra leggerezza e gravità, tra pensiero e peso specifico. I suoi oggetti, involucri veri e propri in una spontaneità manifesta, coinvolgono sempre un’ampia gamma di percezioni sensoriali: il tatto, la vista, l’olfatto estendono la resa delle membrane esteriori incoraggiando la memoria soggettiva di chi tocca, guarda, annusa.

Le opere in X-Ray non fanno eccezione, e riprendono gran parte degli elementi passati delineandosi come tappa di un percorso di sincera coerenza espressiva. Innanzitutto dal punto di vista tecnico: nel reiterato impiego di materiali d’avanzo (le radiografie, sia umane sia animali) e di una cucitura manuale delle pellicole a plasmare una massa omogenea, nell’alterazione delle proporzioni, nella stratificazione delle superfici. Ma, soprattutto, è nella volontà di consegnare a una forma (in questo caso perfettamente riconoscibile nella sua esplicita identità organica) il compito di traghettarci in una dimensione interiore, spirituale, alternativa.

Questi animali (siano essi piccoli e domestici o enormi bestie feroci) rinascono da vite precedenti, integrando nei loro perfetti contorni organismi primordiali, ossa, interiora e atomi anche umani; vengono alla luce in una vecchia veste formale e in una nuova (e totalmente imperfetta) scansione scheletrica. E in questo ricomporsi non c’è traccia della brutalità zoologica, anche le fiere sembrano mansuete: orsi, lupi, maiali, cinghiali, rinoceronti, elefanti e ippopotami si lasciano sospendere e filtrare dalla luce come leggeri delfini tra le onde, granchi tra le conchiglie, tartarughe sulla sabbia, lepri tra i cespugli, gatti leggiadri, farfalle in volo. Omogenei e alienati, parificati e purificati.

Come non assimilare la radiografia alla pellicola cinematografica nell’inquadratura, nella trasparenza, nell’effetto in negativo, nella possibilità di poter essere ricucite e incollate come durante il montaggio di una sequenza filmata? Matteo Emery tratta i diversi supporti in X-Ray di ogni singolo lavoro con l’abilità di un regista: li sovrappone, li assembla, li mescola in un’indagine che, attraverso il procedimento della narrazione, trasforma l’ispezione interiore in produzione artistica. In un film l’immagine diventa materia, la materia diventa sequenza e la sequenza diventa storia; nei lavori di Emery la materia diventa sequenza, la sequenza diventa forma e la forma racchiude la storia.

L’utilizzo del medium radiografico non è nuovo sulla scena contemporanea: come già fece Robert Rauschenberg prima di altri, il desiderio di utilizzare una tecnica che consenta di vedere l’uomo (esclusivamente) dall’interno annullandone l’esistenza corporea consente di ampliare i rimandi filosofici e i contenuti simbolici: non esiste tecnica più vera nel palesare le nostre anomalie così come la nostra uniformità. In questa direzione il lavoro di Emery si allinea alle sue scelte individuali a sostegno di una natura in difficoltà, al vegetarianismo: nel rivelare che noi uomini siamo come topi, orsi, cani, delfini. Esseri viventi di una sostanza deteriorabile, di cui alla fine altro non resta che l’impressione su una lastra a ricordarci non chi siamo stati, ma di cosa eravamo fatti.

Il risultato raggiunto è particolarmente suggestivo nell’effetto e stratificato nel messaggio. Se la Creatura di Frankenstein era un’anima nobile dall’aspetto mostruoso, le Creature di Emery tornano a un’innocenza primigenia attraverso la perdita dell’identità corruttibile. L’apparenza è salva.

Barbara Paltenghi Malacrida

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